❗️Un brand senza una vera 231 è come un abito senza cuciture: alla prima tensione, si strappa ❗️
Le recenti perquisizioni presso alcune note case di moda milanesi riaprono una ferita mai del tutto rimarginata nel settore del lusso: il lato oscuro della supply chain.
🚨 Nelle scorse settimane la Procura di Milano ha esteso le indagini sul caporalato nella filiera dell’alta moda: i Carabinieri del Nucleo tutela lavoro si sono presentati nelle sedi di 13 grandi marchi – da Prada a Gucci, da Dolce&Gabbana a Versace, fino a brand internazionali come Adidas – per acquisire documenti su governance, controlli di filiera, appalti e subappalti.
😫 Alla base ci sono oltre 200 lavoratori trovati in condizioni di grave sfruttamento in laboratori di fornitori e subfornitori, spesso gestiti da imprese terze, a monte delle grandi maison.
Non è un fulmine a ciel sereno. Dal 2023 in poi il Tribunale di Milano ha già disposto l’amministrazione giudiziaria per diverse realtà dell’alta moda – tra cui Alviero Martini, Armani Operations, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana – ritenute, a vario titolo, aver agevolato in modo colposo e inconsapevole sistemi di sfruttamento nella filiera.
Più di recente è arrivata la richiesta di amministrazione giudiziaria e lo sviluppo dell’indagine su Tod’s, con tre manager coinvolti e contestazioni che intrecciano caporalato e responsabilità dell’ente ex d.lgs. 231/2001.
Il messaggio per tutte le imprese è chiarissimo: il rischio penale e reputazionale non si ferma al cancello aziendale. Viaggia lungo l’intera catena di fornitura. E infatti la Procura oggi non chiede solo contratti e fatture, ma vuole vedere modelli organizzativi, procedure di controllo, audit sulla filiera, sistemi di tracciabilità.
È qui che il D.Lgs. 231/2001 cessa di essere burocrazia e diventa scudo essenziale, valore competitivo. Non basta adottare un Modello Organizzativo sulla carta, serve un cambio di passo nella Due Diligence sui fornitori.
Come può essere rafforzato il Modello? Con il rafforzamento dei presidi di controllo e con la vigilanza attiva dell’ODV. In pratica:
- ✔️ mappando in modo puntuale i rischi di sfruttamento connessi ad appalti e subappalti;
- ✔️ facendo due diligence strutturata sui fornitori (e sui loro subfornitori), con clausole 231 effettivamente presidiate;
- ✔️ pretendendo tracciabilità dei cicli produttivi e visibilità sui laboratori a monte;
- ✔️ integrando nei modelli 231 i flussi informativi da audit, ispezioni, segnalazioni whistleblowing, sindacati;
- ✔️ prevedendo indicatori di allerta (prezzi anomali, tempi di consegna irrealistici, turni impossibili) che attività verifiche immediate.
Per gli OdV questo significa alzare lo sguardo: non limitarsi a verificare procedure interne, ma chiedere dati sulla filiera, analizzare i report di ispezione, incontrare chi gestisce acquisti e supply chain, proporre integrazioni al modello quando emergono nuove criticità. La vigilanza non può essere episodica, deve diventare un presidio costante, capace di intercettare le ombre prima che le cronache giudiziarie lo facciano.
Se la moda vuole continuare ad essere simbolo di eccellenza, oggi è chiamata a dimostrare che dietro ogni capo non c’è solo creatività, ma anche rispetto della dignità del lavoro. La compliance 231, quando è viva e sostenuta da un OdV vigile, può essere molto più di uno scudo difensivo: può diventare il motore di una filiera pulita, trasparente e davvero “Made in Italy” anche nei valori.
Conclusioni
👉 Avere un Modello 231 ‘di facciata’ è come presentarsi a un duello con una spada di cartone: scenografico, ma inutile al primo affondo. È tempo di trasformare la carta in processi vivi. Un OdV che non vigila sulla filiera è un arbitro che guarda la partita girato di spalle. Trasformiamo il Modello 231 in vantaggio competitivo attraverso il suo tratto fondamentale: scudo contro l’imprevedibile.
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